L’IRPEF non si paga in un colpo solo. Chi presenta la dichiarazione dei redditi versa due cose insieme: il saldo dell’imposta dovuta per l’anno appena chiuso e un acconto su quella che maturerà nell’anno in corso. Le date da segnare sono due, il 30 giugno e il 30 novembre, e il modulo è sempre lo stesso: il modello F24.
Qui sotto trovi quando scadono saldo e acconto, come capire se l’acconto va in una o due rate, quando non è dovuto affatto e quali codici tributo scrivere sull’F24. Le scadenze, le soglie e le percentuali seguono le indicazioni dell’Agenzia delle Entrate.
Perché l’IRPEF si versa in due momenti diversi
Il meccanismo confonde, ma la logica è semplice. Con la dichiarazione fai i conti definitivi sull’anno passato: se hai versato meno del dovuto tra ritenute, acconti già pagati ed eventuali crediti, saldi la differenza. Quello è il saldo. Allo stesso tempo lo Stato non aspetta dodici mesi per incassare l’imposta dell’anno in corso: te ne chiede una parte in anticipo, l’acconto, che l’anno successivo verrà scalato dal saldo.
Tradotto: sull’F24 di giugno spesso vedi due voci che sembrano la stessa imposta pagata due volte. Non lo è. Una chiude l’anno vecchio, l’altra anticipa quello nuovo. Per i lavoratori dipendenti senza altri redditi di solito non succede, perché ci pensa il datore di lavoro come sostituto d’imposta; riguarda soprattutto autonomi, partite IVA e chi ha redditi su cui l’imposta non viene già trattenuta alla fonte.
Quando si paga l’IRPEF: le date da segnare
Il saldo dell’anno precedente e la prima rata di acconto si versano entro il 30 giugno dell’anno in cui presenti la dichiarazione. C’è una finestra in più: puoi pagare entro i 30 giorni successivi, quindi entro il 30 luglio, applicando una maggiorazione dello 0,40% sull’importo. È un piccolo interesse aggiuntivo, non una sanzione.
La seconda rata di acconto — o l’unica rata, quando l’acconto si paga tutto in una volta — scade il 30 novembre. Nel 2026 il 30 novembre cade di lunedì, quindi la scadenza resta quella. Queste sono le scadenze ordinarie indicate dall’Agenzia delle Entrate. Ogni anno, però, possono uscire proroghe specifiche, in particolare per i soggetti ISA: prima di pagare conviene controllare se per l’anno in corso è stato disposto un rinvio.
Per il 2026 la proroga c’è stata: il Decreto-Legge n. 89/2026 ha spostato dal 30 giugno al 20 luglio 2026 il termine per il saldo 2025 e la prima rata di acconto dei soggetti ISA e dei forfettari, senza maggiorazione. Chi non ha versato entro quella data può ancora pagare entro il 20 agosto 2026, applicando una maggiorazione dello 0,80% sull’importo dovuto: più alta dello 0,40% previsto per la finestra ordinaria.
Chi ha presentato il 730 con il sostituto d’imposta non usa l’F24: la seconda o unica rata di acconto viene trattenuta direttamente nella busta paga o nella pensione di novembre. Chi voleva un acconto più basso, o nessun acconto, doveva comunicarlo per iscritto al sostituto d’imposta entro il 10 ottobre, come indicano le istruzioni del modello 730/2026 dell’Agenzia delle Entrate.
Acconto in una o due rate? Dipende dall’importo
La regola che decide tutto è una soglia: 257,52 euro.
- Se l’acconto dovuto è inferiore a 257,52 euro, si paga in un’unica soluzione entro il 30 novembre.
- Se è pari o superiore a 257,52 euro, si divide in due rate: la prima del 40% entro il 30 giugno, insieme al saldo, la seconda del restante 60% entro il 30 novembre.
Un esempio numerico, puramente indicativo, rende il meccanismo più chiaro. Poniamo un’IRPEF netta di 2.000 euro per l’anno appena dichiarato: l’acconto con il metodo storico è il 100%, quindi 2.000 euro. Siccome supera i 257,52 euro, si spezza in due: 800 euro di prima rata, il 40%, entro il 30 giugno e 1.200 euro di seconda rata, il 60%, entro il 30 novembre. Attenzione a cosa comporta per la cassa: a giugno non versi solo gli 800 euro di acconto, ma anche il saldo dell’anno precedente. È il motivo per cui la rata di metà anno spesso pesa più di quella di novembre.
C’è un’eccezione che tocca parecchie partite IVA. Per i soggetti ISA e per i forfettari le due rate non sono 40 e 60, ma 50 e 50; e l’acconto si versa in un’unica soluzione quando non supera i 206 euro. Una differenza da tenere a mente, perché cambia quanto esce dal conto già a giugno.
Quando l’acconto non si paga
Non sempre l’acconto è dovuto. L’Agenzia delle Entrate fissa una soglia minima: va versato solo se l’imposta dichiarata per l’anno — la voce “differenza” del quadro RN, in pratica l’IRPEF netta — supera i 51,65 euro. Sotto quella cifra, niente acconto. Il calcolo, va detto, parte sempre dall’imposta dell’anno che stai dichiarando, non da quella che pagherai davvero l’anno prossimo: è per questo che si parla di metodo storico.
Quando invece è dovuto, l’importo standard è il 100% dell’imposta dell’anno. È il cosiddetto metodo storico, quello che applica chi non vuole complicarsi la vita. Esiste anche il metodo previsionale: se prevedi che nell’anno in corso il reddito sarà più basso — hai chiuso l’attività, sei andato in pensione, hai avuto un anno fiacco — puoi calcolare l’acconto sull’imposta che stimi e versare meno. Occhio, però: se la stima è troppo ottimistica e paghi un acconto inferiore al dovuto, scattano sanzioni e interessi sulla parte mancante. Il previsionale conviene solo quando il calo di reddito è ragionevolmente certo. Per capire come si compone l’imposta su cui si calcola tutto questo, puoi vedere la guida agli scaglioni e alle aliquote IRPEF.
I codici tributo da mettere nel modello F24
Sull’F24, nella sezione Erario, ogni versamento ha il suo codice tributo. Sbagliarlo significa imputare il pagamento alla voce errata, con la seccatura di doverlo correggere dopo. Per l’IRPEF delle persone fisiche i codici sono questi:
| Versamento | Codice tributo | Scadenza |
|---|---|---|
| Saldo IRPEF | 4001 | 30 giugno |
| Acconto IRPEF – prima rata | 4033 | 30 giugno |
| Acconto IRPEF – seconda rata o acconto in unica soluzione | 4034 | 30 novembre |
Accanto al codice va indicato l’anno d’imposta di riferimento: per il saldo è l’anno appena dichiarato, per l’acconto è l’anno in corso. Sono i codici previsti dall’Agenzia delle Entrate per il modello F24; se hai un dubbio sulla versione aggiornata, il codice si verifica sul sito dell’Agenzia prima di inviare il pagamento.
Come si versa concretamente l’F24
L’F24 non si paga più allo sportello con il bollettino cartaceo. Va presentato per via telematica: per i titolari di partita IVA è un obbligo, mentre i privati possono usare i servizi online dell’Agenzia delle Entrate oppure l’home banking della propria banca. In entrambi i casi l’addebito avviene sul conto corrente indicato.
Se l’F24 è a saldo zero — perché un credito compensa l’imposta dovuta — la strada obbligata restano i canali telematici dell’Agenzia, cioè Fisconline o Entratel. Per un pagamento normale, invece, l’home banking è di solito la via più rapida: compili l’F24 online, indichi codici tributo e importi, e il conto fa il resto.
Un dettaglio pratico che fa risparmiare grane: dall’home banking puoi in genere programmare l’addebito alla data di scadenza, così eviti sia la fila sia il rischio di dimenticare il 30 novembre. Quella seconda rata cade lontano dal saldo di giugno, quando ormai non ci pensi più, ed è la scadenza che più spesso sfugge.
Paghi l’F24 dall’home banking
Un conto corrente con home banking ti permette di compilare e pagare l’F24 telematico per saldo e acconto IRPEF direttamente online, senza passare dallo sportello.
Si può rateizzare il saldo e l’acconto?
Sì, ma solo in parte. Il saldo e la prima rata di acconto si possono spalmare in rate mensili; la seconda rata di acconto di novembre, invece, no. La rateazione parte dal mese di scadenza e, secondo le regole dell’Agenzia delle Entrate, va completata entro il 16 dicembre dello stesso anno. Su ogni rata successiva alla prima si aggiungono gli interessi previsti. È una strada utile quando l’esborso di giugno è pesante e preferisci diluirlo, mettendo in conto un piccolo costo in più.
Cosa succede se salti la scadenza
Dimenticare il versamento non è un disastro irreparabile, ma costa. Si rimedia con il ravvedimento operoso: paghi l’imposta in ritardo aggiungendo una sanzione ridotta e gli interessi legali, calcolati sui giorni di ritardo. Prima ti accorgi dell’errore, meno paghi, perché la sanzione cresce man mano che passa il tempo. Ravvedersi spontaneamente conviene quasi sempre rispetto ad aspettare la comunicazione dell’Agenzia delle Entrate, dove gli importi richiesti sono più alti. Una condizione, però, c’è: il ravvedimento è possibile finché l’Agenzia non ti ha già notificato l’irregolarità. Una volta arrivata la contestazione formale, quella porta si chiude.
E il rimborso IRPEF, quando arriva?
Può capitare il contrario: dai conti risulta che hai versato più del dovuto e ti spetta un rimborso. Qui i tempi cambiano a seconda di come dichiari. Con il modello 730, se hai un sostituto d’imposta, il rimborso arriva direttamente in busta paga o sul cedolino della pensione, di norma dalla prima retribuzione utile dopo che il sostituto riceve l’esito: per i lavoratori dipendenti di solito da luglio, per i pensionati un po’ più avanti. Chi presenta il modello Redditi PF, o non ha un sostituto d’imposta, riceve invece il rimborso direttamente dall’Agenzia delle Entrate, e i tempi sono più lunghi e meno prevedibili perché dipendono dai controlli. Se hai comunicato l’IBAN all’Agenzia, l’accredito è automatico; altrimenti servono passaggi ulteriori.
Prima di compilare l’F24, fai due conti
Il punto, alla fine, è uno: sapere quanta IRPEF dovrai davvero versare prima di trovarti la scadenza addosso. Se vuoi farti un’idea partendo dal reddito, puoi usare il calcolatore dello stipendio netto, che mostra quanta IRPEF pesa sulla retribuzione, oppure il simulatore del 730 per vedere come saldo e acconto entrano nella dichiarazione. E se sei in regime forfettario, acconto e saldo seguono la logica dell’imposta sostitutiva spiegata nella guida al forfettario.