Il coefficiente di rivalutazione del TFR definitivo per il 2025 è 2,311148%: lo ha comunicato l’ISTAT con la nota del 16 gennaio 2026, calcolandolo sulla variazione di dicembre dell’indice FOI. È il numero che le aziende hanno applicato per rivalutare il TFR accantonato nel corso del 2025 — non una stima, il dato ufficiale che chiude l’anno.
Per orientarsi, un confronto aiuta più di mille spiegazioni: nel 2022, anno di inflazione alta, il coefficiente definitivo pubblicato dall’ISTAT era arrivato al 9,974576%. Nel 2025 è sceso a meno di un quarto di quel valore. La formula è rimasta identica: a cambiare, anno dopo anno, è solo l’inflazione misurata dall’ISTAT.
Il coefficiente torna utile in tre momenti concreti: quando l’azienda calcola la rivalutazione di fine anno per tutti i dipendenti, quando qualcuno lascia il lavoro a metà anno e serve il dato pro-rata, e quando si vuole stimare in anticipo quanto il TFR accantonato crescerà nel tempo, al netto dell’imposta. Nei primi due casi il numero lo applica il datore di lavoro senza che il dipendente debba fare nulla; nel terzo, serve saperlo per non fidarsi di stime a occhio.
Come si calcola il coefficiente di rivalutazione del TFR
La formula è fissata dall’articolo 2120 del codice civile e non cambia da decenni: 1,5% fisso più il 75% della variazione dell’indice FOI, l’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, calcolato al netto dei tabacchi. La quota fissa spetta comunque, anche in un anno di inflazione quasi nulla; la quota variabile dipende da quanto sono saliti i prezzi rispetto a dicembre dell’anno precedente.
Chi applica materialmente il calcolo è il datore di lavoro, non il lavoratore: la rivalutazione avviene automaticamente sul fondo accantonato, anno per anno, fino alla cessazione del rapporto o al trasferimento a un fondo pensione.
Coefficiente provvisorio o definitivo: qual è quello che conta
Qui si confondono quasi tutti, e capita spesso di trovare online un numero senza sapere a quale dei due si riferisce.
Ogni mese l’ISTAT pubblica una variazione tendenziale dell’indice FOI, cioè il confronto con lo stesso mese dell’anno precedente. Serve per calcolare la rivalutazione provvisoria di chi cessa il rapporto di lavoro a metà anno. A giugno 2026, per esempio, la variazione tendenziale pubblicata da ISTAT era +2,9%: applicata alla formula dà una quota variabile del 2,175% (il 75% di 2,9), a cui si somma sempre l’1,5% fisso.
A gennaio dell’anno successivo arriva invece la nota ISTAT con il coefficiente definitivo riferito a dicembre: è quello che si applica al TFR di chi resta in azienda fino a fine anno, e vale per l’intero anno appena chiuso. Il 2,311148% del 2025 citato in apertura è, appunto, un coefficiente definitivo, non provvisorio.
Per il TFR maturato durante l’anno in corso — quello non ancora pubblicato in forma definitiva — conviene sempre affidarsi al dato provvisorio più recente sul sito istat.it, mai a un valore stimato o riportato da terzi senza indicazione del mese di riferimento.
Quanto si paga di imposta sulla rivalutazione
Sulla rivalutazione — non sul capitale accantonato, solo su questa quota — grava un’imposta sostitutiva del 17%, prevista dalla legge 190/2014 (articolo 1, comma 623). La versa direttamente il datore di lavoro, e non c’entra nulla con l’aliquota media applicata alla liquidazione finale del TFR: sono due prelievi su due basi imponibili distinte. Il meccanismo della tassazione separata, con la sua aliquota media e la riliquidazione dell’Agenzia delle Entrate, è un discorso a parte, spiegato nell’articolo sulla tassazione del TFR.
Il coefficiente, va detto, è identico per tutti i lavoratori del settore privato: non dipende da RAL, contratto o settore, perché è calcolato una sola volta a livello nazionale sull’indice FOI, non sui dati del singolo dipendente. A cambiare da persona a persona è solo il capitale a cui si applica — il TFR già accantonato — non la percentuale.
Il coefficiente vale anche se il TFR è nel fondo pensione?
No, e questo distingue nettamente due strade. Il coefficiente di rivalutazione ISTAT — 1,5% fisso più 75% del FOI, tassato al 17% — si applica solo al TFR che resta accantonato in azienda. Chi conferisce il TFR a un fondo pensione complementare (decreto legislativo 252/2005) esce da questo meccanismo: il capitale non si rivaluta più con la formula ISTAT, ma segue il rendimento reale degli investimenti del fondo, tassato — nel regime disciplinato da COVIP, l’autorità di vigilanza sui fondi pensione — al 20% in fase di accumulo (12,5% sulla quota investita in titoli di Stato). Alla prestazione finale si applica poi un’imposta sostitutiva diversa, che parte dal 15% e scende dello 0,30% per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo, fino a un minimo del 9% dopo 35 anni (articolo 11 dello stesso decreto).
Non è un confronto che si risolve solo guardando le due percentuali di imposta: il fondo pensione porta un rischio finanziario che il TFR in azienda non ha, perché la rivalutazione legale è comunque garantita indipendentemente dai mercati. È una scelta che dipende dal singolo caso, non una risposta valida per tutti.
Perché si usa l’indice FOI e non un altro indice ISTAT
L’ISTAT pubblica più indici dei prezzi al consumo, e capita di confonderli. Quello usato per la rivalutazione del TFR è il FOI, l’indice per le famiglie di operai e impiegati, calcolato al netto dei tabacchi — non il NIC, che misura i prezzi per l’intera collettività nazionale, e non l’IPCA, l’indice armonizzato a livello europeo. Non è una scelta tecnica indifferente: è l’articolo 2120 del codice civile a indicare esplicitamente il FOI come riferimento per il TFR, e i tre indici, pur misurando fenomeni simili, possono divergere di qualche decimo di punto in un dato mese. Usare il NIC o l’IPCA al posto del FOI, anche per una svista, porta a un coefficiente leggermente sbagliato.
Un esempio pratico (ipotetico)
Ipotizziamo un TFR accantonato di 10.000 € a fine 2024, ancora in azienda a fine 2025. Applicando il coefficiente definitivo 2025 (2,311148%), la rivalutazione lorda è di 231,11 €. Su questa cifra si calcola il 17% di imposta sostitutiva, pari a 39,29 €: il netto che si aggiunge al capitale accantonato è quindi di 191,82 €, che portano il fondo TFR a 10.191,82 € lordi di capitale rivalutato. Sono cifre di esempio, non un caso reale — il TFR effettivo dipende da RAL, anzianità e anticipi già percepiti, motivo per cui conviene calcolarlo sul proprio caso con il calcolatore del TFR, che applica coefficiente e tassazione insieme, anno per anno.
Cambia poco se il rapporto si interrompe a metà anno, invece che a dicembre. Ipotizziamo un altro TFR, sempre di 10.000 €, ma con cessazione a giugno 2026: si applica il coefficiente provvisorio di quel mese, non quello definitivo di dicembre, che a giugno non esiste ancora. Con una variazione tendenziale FOI di +2,9% (dato reale pubblicato da ISTAT per giugno 2026), la quota variabile è 2,175% (75% di 2,9) più l’1,5% fisso, per un coefficiente provvisorio del 3,675%: la rivalutazione lorda sarebbe di 367,50 €, tassata al 17% per un’imposta di 62,48 € e un netto di 305,03 €. Il principio è identico a quello di dicembre, cambia solo quale nota ISTAT si prende come riferimento.
Come è cambiato negli anni: dove approfondire
Il 9,974576% del 2022 e il 2,311148% del 2025 sono due estremi recenti, ma la serie completa — anno per anno, coefficiente per coefficiente, confrontata con l’inflazione reale — merita più spazio di quanto ne abbia questa pagina. C’è uno studio dedicato a 12 anni di rivalutazione TFR contro l’inflazione che ricostruisce l’intera serie storica e confronta la rivalutazione legale con l’andamento effettivo dei prezzi al consumo.
Dove trovare il coefficiente ufficiale ogni mese
L’unica fonte affidabile è l’ISTAT, non un aggregatore o un forum. La nota sull’indice dei prezzi per le rivalutazioni monetarie esce di norma a metà mese sul sito istat.it, e riporta sia la variazione tendenziale del FOI del mese sia, a gennaio, il coefficiente definitivo dell’anno appena chiuso. Dentro la nota compaiono più numeri — la serie storica recente, la variazione congiunturale rispetto al mese precedente, quella tendenziale su base annua: è quest’ultima, non le altre, il dato da inserire nella formula del TFR.
Se una pagina riporta un coefficiente senza indicare il mese e la nota ISTAT di riferimento, meglio verificarlo prima di usarlo per un calcolo che conta davvero: in busta paga o in liquidazione, un decimale di differenza si traduce in euro reali, non in un dettaglio trascurabile.
Per il calcolo completo del TFR, dal montante lordo alla tassazione separata finale, resta la guida al calcolo del TFR; per il dettaglio della rivalutazione anno per anno sull’ultimo decennio, lo studio linkato sopra. Tre pagine, tre angolazioni diverse sullo stesso fondo accantonato: quanto vale oggi, quanto ne resta dopo le tasse, quanto ha reso negli anni rispetto all’inflazione reale.

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