L’IRPEF è l’imposta che lo Stato preleva sul reddito delle persone fisiche, e il nome non è altro che l’acronimo di Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche. La versa chi produce un reddito in Italia: lavoratori dipendenti, pensionati, professionisti, autonomi in regime ordinario. Si calcola in modo progressivo, cioè più alto è il reddito maggiore è la quota che finisce al fisco. Non sull’intero importo, però, ma per fasce. È il punto che confonde di più, e ci arriviamo subito.
Qui sotto c’è cosa significa la sigla, a cosa servono i soldi che versi, chi è tenuto a pagarla, su quali redditi si applica e quali sono le aliquote in vigore nel 2026, dopo il taglio deciso con l’ultima legge di bilancio.
Cosa significa IRPEF?
IRPEF sta per Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche. Tre parole che spiegano già quasi tutto.
È un’imposta personale, perché guarda al reddito di una singola persona tenendo conto della sua situazione concreta: i familiari a carico, alcune spese sostenute, il tipo di reddito percepito. È diretta, perché grava su una ricchezza che si manifesta — il reddito — e non su un consumo. Ed è progressiva: l’aliquota cresce con il reddito. Non è una scelta arbitraria del legislatore, ma l’applicazione dell’articolo 53 della Costituzione, per cui ognuno concorre alle spese pubbliche in base alla propria capacità contributiva.
La disciplina di riferimento è il Testo Unico delle Imposte sui Redditi, il TUIR, cioè il decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986 n. 917. L’imposta è in vigore dal 1974, nata con la grande riforma tributaria degli anni Settanta, ed è amministrata dall’Agenzia delle Entrate. Quando senti parlare di “tasse sul reddito” in busta paga o in dichiarazione, nella stragrande maggioranza dei casi si parla di lei.
A cosa serve l’IRPEF?
Serve a finanziare la spesa pubblica: sanità, scuola, trasporti, sicurezza, gli stipendi di chi lavora per lo Stato. È la principale imposta diretta del sistema fiscale italiano e una delle voci più pesanti tra le entrate pubbliche. In pratica è uno dei modi con cui il Paese si paga i servizi che usano tutti.
Una parte di quello che versi, però, non finisce nelle casse centrali. Le addizionali regionali e comunali — che viaggiano insieme all’IRPEF ma sono tributi a sé — restano sul territorio e finanziano la regione e il comune di residenza. Più avanti vediamo come si incastrano, perché sono il motivo per cui due colleghi con lo stesso stipendio possono portare a casa un netto leggermente diverso a seconda di dove abitano.
L’IRPEF è un’imposta diretta o indiretta?
Diretta. La distinzione è netta: le imposte dirette colpiscono la ricchezza nel momento in cui si produce o si possiede — il reddito, il patrimonio — mentre le imposte indirette colpiscono la ricchezza quando viene spesa o trasferita.
L’esempio più immediato di imposta indiretta è l’IVA, che paghi quando compri un caffè o un’automobile, a prescindere da quanto guadagni. L’IRPEF funziona all’opposto: guarda quanto hai incassato in un anno e tassa quello. Per questo è anche un’imposta personale, calibrata sulla tua situazione, mentre l’IVA è identica per tutti a parità di acquisto. Capire questa differenza aiuta a non confondere due mondi che spesso vengono messi nello stesso calderone delle “tasse”.
Chi paga l’IRPEF e chi ne è escluso
La pagano le persone fisiche che hanno un reddito. In concreto:
- i lavoratori dipendenti, sullo stipendio;
- i pensionati, sulla pensione;
- i professionisti e gli autonomi in regime ordinario, sul reddito di lavoro autonomo;
- chi possiede immobili che producono reddito, chi percepisce determinati redditi di capitale, chi ha redditi diversi.
Conta la residenza fiscale. Chi è residente in Italia paga l’IRPEF su tutti i redditi, ovunque siano prodotti nel mondo; chi non è residente la paga solo sui redditi prodotti in Italia.
C’è però una categoria che, pur lavorando e guadagnando, l’IRPEF ordinaria non la versa: chi aderisce al regime forfettario. I forfettari pagano un’imposta sostitutiva ad aliquota fissa — il 15%, ridotto al 5% per le nuove attività nei primi anni — al posto di IRPEF e addizionali, secondo la legge che ha istituito il regime (legge n. 190/2014). È un sistema pensato per le partite IVA sotto una certa soglia di ricavi. Se stai valutando quale dei due ti conviene, il confronto merita un discorso dedicato: lo trovi nella guida su IRPEF o regime forfettario, quale conviene.
Quali redditi sono soggetti a IRPEF
L’IRPEF non colpisce solo lo stipendio. Il TUIR raggruppa i redditi delle persone fisiche in sei categorie, e l’imposta di norma si applica alla loro somma:
- redditi di lavoro dipendente, gli stipendi (e in modo assimilato anche le pensioni);
- redditi di lavoro autonomo, i compensi di professionisti e autonomi in regime ordinario;
- redditi d’impresa, quelli generati dalle attività commerciali;
- redditi di capitale, per esempio certi interessi e proventi finanziari quando non già tassati alla fonte;
- redditi fondiari, quelli di terreni e fabbricati, dal canone d’affitto alla rendita catastale;
- redditi diversi, una categoria residuale che raccoglie casi specifici come alcune plusvalenze.
Qui c’è un equivoco diffuso da sciogliere: non tutti i redditi entrano nel calcolo a scaglioni. Alcuni seguono una tassazione sostitutiva o separata — è il caso della cedolare secca sugli affitti o di molti redditi di natura finanziaria — e restano quindi fuori dall’IRPEF ordinaria. La rendita dell’abitazione in cui vivi, poi, non concorre a formare il reddito imponibile grazie a una deduzione apposita: la prima casa, in sostanza, non si tassa.
Come funziona l’IRPEF: il calcolo a scaglioni
Qui sta il meccanismo che quasi tutti fraintendono. L’IRPEF non si applica con un’unica percentuale su tutto il reddito. Lavora a scaglioni: il reddito viene diviso in fasce, e ogni fascia paga la sua aliquota.
Vuol dire che, quando “passi di scaglione”, l’aliquota più alta colpisce solo la parte di reddito che supera la soglia, non tutto il resto. È il motivo per cui un aumento di stipendio non può mai farti guadagnare meno di prima: il netto cresce meno del lordo, d’accordo, ma cresce sempre. La frase “non mi conviene l’aumento perché cambio scaglione” è, alla prova dei numeri, sbagliata. La vedremo smontata con un esempio tra poco.
Quali sono le aliquote IRPEF nel 2026?
Nel 2026 gli scaglioni sono tre. Si paga il 23% fino a 28.000 euro di reddito imponibile, il 33% sulla parte compresa tra 28.001 e 50.000 euro e il 43% su quanto eccede i 50.000. Lo riporta la scheda ufficiale dell’Agenzia delle Entrate su aliquote e calcolo dell’IRPEF.
| Reddito imponibile | Aliquota 2026 |
|---|---|
| Fino a 28.000 € | 23% |
| Da 28.001 a 50.000 € | 33% |
| Oltre 50.000 € | 43% |
La novità dell’anno è l’aliquota centrale. La legge di bilancio 2026 (legge n. 199/2025) l’ha abbassata dal 35% al 33%, lasciando intatte le altre due. Lo sconto riguarda quindi solo la fascia tra 28.001 e 50.000 euro. Chi sta sotto i 28.000 non vede alcun cambiamento; chi è oltre i 50.000 incassa il beneficio massimo, perché quei due punti in meno si applicano per intero alla fascia di mezzo.
Per dare una misura: su un imponibile di 50.000 euro l’IRPEF lorda scende da 14.140 a 13.700 euro, sempre cifre della scheda dell’Agenzia delle Entrate, per un risparmio massimo di 440 euro l’anno. Chi sta a metà strada ne prende solo una parte. Un’avvertenza che vale sempre: queste percentuali riguardano la sola IRPEF statale, non comprendono le addizionali e non valgono per i forfettari.
Cosa è cambiato nell’IRPEF dal 2025 al 2026
Il disegno degli scaglioni non è nuovo: anche nel 2025 le fasce erano tre, con le stesse soglie a 28.000 e 50.000 euro. A cambiare è stata l’aliquota di mezzo. Lo schema 2025, messo a regime dalla legge di bilancio 2025 (legge n. 207/2024), prevedeva il 35% sulla fascia centrale.
| Scaglione | Aliquota 2025 | Aliquota 2026 |
|---|---|---|
| Fino a 28.000 € | 23% | 23% |
| Da 28.001 a 50.000 € | 35% | 33% |
| Oltre 50.000 € | 43% | 43% |
Il taglio di due punti sulla fascia di mezzo è l’unica modifica strutturale alle aliquote per il 2026. Il resto del meccanismo — base imponibile, detrazioni, addizionali — resta impostato come prima. Chi vuole capire l’impatto in euro sul proprio reddito deve comunque partire dall’imponibile, non dal lordo, e tenere presente che le addizionali locali non sono toccate da questa riforma.
Dall’imponibile all’imposta: IRPEF lorda e netta
Tra il reddito che incassi e l’imposta che paghi ci sono alcuni passaggi. Conviene conoscerli, perché spiegano perché due persone con lo stesso lordo possono versare IRPEF diverse.
Si parte dal reddito complessivo, la somma di tutti i redditi dell’anno. Da questo si tolgono gli oneri deducibili — per esempio i contributi previdenziali obbligatori o, entro certi limiti, i versamenti alla previdenza complementare — e si ottiene il reddito imponibile. È su quest’ultimo, e non sul lordo di partenza, che si applicano le aliquote a scaglioni: il risultato è l’IRPEF lorda.
Ma l’IRPEF lorda non è ancora quello che paghi. Dall’imposta lorda si sottraggono le detrazioni: quelle per il lavoro dipendente o per la pensione, quelle per i familiari a carico, le detrazioni per spese sanitarie, interessi del mutuo sulla prima casa, ristrutturazioni e così via. Quello che resta è l’IRPEF netta, l’imposta davvero dovuta.
Vale la distinzione tra due termini che spesso si confondono. Gli oneri deducibili abbassano il reddito su cui si calcola l’imposta; le detrazioni, invece, abbassano l’imposta già calcolata. La prima agisce prima, la seconda dopo, e a parità di importo una detrazione “pesa” più di una deduzione perché taglia direttamente il dovuto.
Le detrazioni più comuni, per dare un’idea di cosa entra in gioco, sono:
- le detrazioni per lavoro dipendente, autonomo o per pensione, che spettano in base al tipo di reddito e si riducono man mano che il reddito sale;
- le detrazioni per familiari a carico, oggi concentrate sul coniuge e su altri familiari, dopo che l’assegno unico ha assorbito la parte legata ai figli;
- la detrazione del 19% di molte spese previste dal TUIR: sanitarie oltre la franchigia, interessi del mutuo sulla prima casa, istruzione, alcune assicurazioni;
- le detrazioni per i lavori in casa, dalle ristrutturazioni agli interventi di risparmio energetico, recuperate in più anni.
Ognuna ha regole, limiti e condizioni proprie, ma il principio resta lo stesso: riducono l’imposta da pagare, non il reddito su cui la si calcola.
Le detrazioni da lavoro e da pensione creano poi quella che viene chiamata “no tax area”: una prima fascia di reddito su cui, di fatto, l’IRPEF dovuta è zero, perché le detrazioni azzerano l’imposta lorda. La soglia precisa dipende dal tipo di reddito ed è fissata dalla legge; chi resta sotto quel livello non versa IRPEF.
Un esempio ipotetico aiuta a vedere i numeri, e a smontare il mito dello scaglione. Prendiamo un reddito imponibile di 30.000 euro. I primi 28.000 pagano il 23%, cioè 6.440 euro; i 2.000 restanti pagano il 33%, cioè 660 euro. L’IRPEF lorda è 7.100 euro. Se davvero l’intero reddito venisse tassato al 33% “perché sei nel secondo scaglione”, l’imposta sarebbe 9.900 euro: quasi tremila euro in più. Non funziona così, per fortuna. Su questa lorda agiscono poi le detrazioni, che per un lavoratore dipendente possono ridurla parecchio. È un conto a più stadi, e per un dipendente cambia anche in base ai giorni lavorati nell’anno: se vuoi il risultato sul tuo caso senza farlo a mano, puoi usare il calcolatore dello stipendio netto 2026, che parte dal lordo e arriva al netto applicando scaglioni, detrazioni e contributi.
Aliquota media e aliquota marginale: non sono lo stesso numero
Dall’esempio appena visto emergono due percentuali che conviene tenere distinte, perché vengono scambiate di continuo. L’aliquota marginale è quella che colpisce l’ultimo euro guadagnato: per chi ha 30.000 euro di imponibile è il 33%, l’aliquota dello scaglione in cui cade la parte alta del reddito. L’aliquota media, invece, è il rapporto tra l’imposta complessiva e il reddito: nello stesso esempio, 7.100 euro di lorda su 30.000 fanno circa il 23,7%.
La distinzione non è teorica. Quando ti chiedi “quanto pago di tasse”, la cifra sensata è l’aliquota media, sempre più bassa della marginale proprio grazie al calcolo a scaglioni. La marginale serve a ragionare sul futuro: dice quanta parte di un eventuale aumento, o di un lavoro extra, finirà in imposta. Confondere le due porta dritti al falso mito dello scaglione che fa guadagnare meno.
Cosa sono le addizionali regionali e comunali
Insieme all’IRPEF statale paghi due tributi locali agganciati allo stesso reddito imponibile: l’addizionale regionale e l’addizionale comunale. Non rientrano nelle tre aliquote viste sopra, ma si sommano a quanto già dovuto.
L’addizionale regionale ha un’aliquota di base uguale per tutti, che ogni regione può aumentare entro un margine deciso dalla legge; l’addizionale comunale la fissa il singolo comune entro un tetto massimo. Tradotto: a parità di stipendio, chi vive in una regione o in un comune con aliquote più alte paga qualcosa in più. Sono cifre molto più piccole dell’IRPEF nazionale, ma incidono, e sono uno dei motivi per cui il netto può variare da una città all’altra.
Quando si paga l’IRPEF?
Dipende da chi sei. Per i lavoratori dipendenti e i pensionati l’IRPEF è trattenuta alla fonte ogni mese: il datore di lavoro o l’ente pensionistico fa da sostituto d’imposta, calcola le ritenute e le versa al posto tuo. In busta paga la vedi già sottratta, voce dopo voce; come si legge nel dettaglio lo spieghiamo nella guida allo stipendio netto e all’IRPEF in busta paga.
A fine anno si tirano le somme con il conguaglio, e con la dichiarazione dei redditi — il modello 730 o il modello Redditi PF — si verifica se hai versato il giusto. Da lì può uscire un rimborso, se hai pagato più del dovuto, oppure un saldo da versare, spesso accompagnato dagli acconti per l’anno seguente. Chi non ha un sostituto d’imposta, come molti autonomi, l’IRPEF la versa direttamente con il modello F24 tra saldo e acconto, secondo le scadenze fissate dall’Agenzia delle Entrate.
IRPEF, IRES e imposte sostitutive: come non confonderle
L’IRPEF è l’imposta sul reddito delle persone fisiche, ma non è l’unica imposta sui redditi che esiste, e questo genera parecchia confusione.
Le società di capitali, per esempio, non pagano l’IRPEF ma l’IRES, l’imposta sul reddito delle società, che ha una logica diversa e un’aliquota proporzionale unica anziché a scaglioni. Le persone fisiche in regime forfettario, come abbiamo visto, versano un’imposta sostitutiva al posto dell’IRPEF. E alcuni redditi specifici — gli affitti in cedolare secca, molti proventi finanziari — hanno una tassazione separata che corre in parallelo, senza passare per gli scaglioni progressivi.
La regola pratica per orientarsi è semplice. Se sei una persona fisica con redditi ordinari — stipendio, pensione, lavoro autonomo non forfettario — stai parlando di IRPEF. Negli altri casi, prima di applicare le aliquote viste sopra, conviene verificare se quel reddito segue un regime suo: applicare gli scaglioni a un reddito che ne è fuori è uno degli errori più frequenti.
Domande frequenti sull’IRPEF
Su quale reddito si calcola l’IRPEF?
Sul reddito imponibile, cioè il reddito complessivo dell’anno meno gli oneri deducibili. Non si calcola sul lordo “grezzo” e nemmeno sul netto che vedi in busta paga: l’imponibile è una grandezza a sé, ed è il punto di partenza corretto per applicare le aliquote a scaglioni.
Chi non paga l’IRPEF?
Non la versano i contribuenti in regime forfettario, che pagano un’imposta sostitutiva, e chi resta entro la no tax area, dove le detrazioni azzerano l’imposta dovuta. Alcuni redditi, inoltre, seguono regimi sostitutivi o separati e non rientrano nell’IRPEF ordinaria.
Qual è la differenza tra IRPEF lorda e netta?
L’IRPEF lorda è l’imposta che risulta applicando le aliquote a scaglioni al reddito imponibile. L’IRPEF netta è quella che paghi davvero, dopo aver sottratto le detrazioni spettanti. La differenza tra le due può essere consistente, soprattutto per chi ha familiari a carico o molte spese detraibili.
Se cambio scaglione guadagno di meno?
No. L’aliquota più alta si applica solo alla parte di reddito che supera la soglia dello scaglione, non a tutto il reddito. Un aumento del lordo produce sempre un aumento del netto, anche se più contenuto di quanto ci si aspetterebbe.
I forfettari pagano l’IRPEF?
No. Nel regime forfettario si paga un’imposta sostitutiva ad aliquota fissa che sostituisce IRPEF e addizionali. Per capire quale regime conviene nel tuo caso, qui c’è il confronto completo: IRPEF vs regime forfettario.
L’IRPEF si paga anche sulla tredicesima?
Sì. La tredicesima è reddito di lavoro a tutti gli effetti e sconta l’IRPEF come il resto dello stipendio. Spesso però appare più “leggera” in busta paga: dipende dal fatto che su quella mensilità non si applicano le detrazioni per lavoro dipendente, che vengono distribuite sulle dodici mensilità ordinarie.
Cosa rischio se non pago l’IRPEF?
Il mancato o ritardato versamento comporta sanzioni e interessi. Chi se ne accorge per tempo può rimediare con il ravvedimento operoso, che riduce la sanzione se si paga spontaneamente prima dei controlli. Le regole e gli importi sono quelli stabiliti dall’Agenzia delle Entrate: nel dubbio, meglio verificare la propria posizione o rivolgersi a un professionista.