Se hai perso il lavoro o l’entrata si è ridotta da poco, l’ISEE ordinario ti fotografa ancora ricco: guarda i redditi di due anni prima, non quelli di adesso. L’ISEE corrente serve proprio a questo — aggiornare l’indicatore alla situazione reale degli ultimi mesi, senza aspettare il prossimo giro. Vediamo quando conviene davvero chiederlo, come si calcola sui redditi recenti e quanto resta valido.
Cos’è l’ISEE corrente
L’ISEE ordinario lavora sempre su dati vecchi. Per regola, la DSU presentata nel 2026 prende i redditi del 2024 e il patrimonio al 31 dicembre 2024: due anni di distanza tra la fotografia e oggi. Va benissimo quando la situazione economica è stabile, molto meno quando qualcosa è cambiato in fretta.
L’ISEE corrente è la versione aggiornata di quell’indicatore. Tiene ferma la composizione del nucleo e la scala di equivalenza, ma sostituisce la parte reddituale — e in certi casi anche quella patrimoniale — con valori riferiti a un periodo molto più vicino a oggi. Il risultato è un ISEE che pesa la tua condizione attuale, di solito più basso di quello ordinario, e quindi capace di farti rientrare in soglie e bonus che con i redditi di due anni fa ti erano preclusi.
Non è un documento alternativo che puoi chiedere quando vuoi. Si aggancia sempre a un ISEE ordinario già in corso di validità: prima presenti la DSU ordinaria, poi, se ricorrono le condizioni, presenti la DSU corrente che la aggiorna. Le regole sono fissate dall’articolo 9 del DPCM 159/2013 e gestite dall’INPS, che rilascia l’attestazione sulla base dei dati dichiarati.
Quando conviene chiedere l’ISEE corrente?
Conviene in una situazione precisa: quando il tuo reddito è calato in modo netto e quel calo dura ancora. Non in ogni momento di magra, e non per un mese storto. La norma chiede un peggioramento documentabile, non una sensazione.
Secondo le regole INPS, l’ISEE corrente si può richiedere quando si verifica almeno una di queste condizioni:
- una variazione della situazione lavorativa: licenziamento, sospensione o riduzione dell’orario (anche cassa integrazione) di un lavoro a tempo indeterminato, fine di un contratto a termine non rinnovato (se hai lavorato almeno 120 giorni nei 12 mesi prima della fine), oppure cessazione di un’attività autonoma o d’impresa svolta per almeno 12 mesi di fila;
- l’interruzione di trattamenti previdenziali, assistenziali o indennitari non rientranti nel reddito complessivo IRPEF — per esempio la fine della NASpI;
- una variazione del reddito complessivo del nucleo superiore al 25% rispetto a quello dell’ISEE ordinario;
- una variazione del patrimonio superiore al 20% rispetto all’ISEE ordinario, che si può chiedere dal 1° aprile di ogni anno, con il patrimonio dell’anno precedente.
Il punto pratico è il confronto. L’ISEE corrente ha senso quando la differenza con l’ordinario è marcata: hai perso un’entrata stabile, sei passato da un tempo pieno a un part-time, è finito un sussidio. Se invece il calo è piccolo o temporaneo, il gioco rischia di non valere la candela — perché, come vedremo, l’ISEE corrente scade prima e va rifatto, mentre l’ordinario ti copre fino a fine anno.
C’è anche il caso opposto, da tenere a mente: se due anni fa guadagnavi poco e ora guadagni di più, l’ISEE corrente ti danneggia. Aggiornandolo metteresti in evidenza un reddito più alto, alzando l’indicatore. In quel caso il tuo interesse è tenerti l’ordinario, che fotografa il periodo a te più favorevole.
I redditi degli ultimi 2 mesi: come funziona il calcolo
Qui sta la differenza tecnica più importante, ed è anche la parte che genera più dubbi. L’ISEE corrente non guarda sempre allo stesso periodo: dipende da quanto è recente la variazione.
Le regole (articolo 9 del DPCM 159/2013) prevedono due modalità. Di base si prendono i redditi degli ultimi dodici mesi. Se però hai perso, sospeso o ridotto un lavoro dipendente a tempo indeterminato, oppure ti è stato interrotto un trattamento, puoi usare i redditi dei due mesi prima della DSU moltiplicati per sei, così da proiettare su base annua la nuova condizione. È questa seconda regola che permette di reagire in fretta a un cambiamento appena successo, senza aspettare di accumulare un anno intero di entrate ridotte.
Un esempio, dichiaratamente ipotetico, per capire il meccanismo. Poniamo che a marzo finisca un lavoro a tempo indeterminato che ti dava 1.500 euro netti al mese e che da aprile tu inizi un part-time da 700 euro. Se presenti la DSU corrente a giugno, l’ISEE corrente non deve aspettare dodici mesi: può prendere aprile e maggio e moltiplicarli per sei. Due mensilità da 700 euro fanno 1.400 euro, che proiettati sull’anno diventano 8.400 euro. È la misura della tua situazione di oggi, non dei 18.000 euro che dichiaravi due anni fa. Le cifre qui sono solo a titolo d’esempio: il valore reale lo determina l’INPS sui dati certificati che presenti.
La componente patrimoniale segue una logica sua. Quando aggiorni anche il patrimonio, il riferimento è il suo valore al 31 dicembre dell’anno precedente la presentazione della DSU corrente, non quello vecchio dell’ordinario.
Conviene chiarire cosa si aggiorna davvero, perché non sei obbligato a rifare tutto. Nella maggior parte dei casi si tocca solo la parte reddituale: è quella che cambia quando perdi il lavoro o ti tagliano l’orario, e da sola basta a ridurre l’indicatore. La parte patrimoniale — conti correnti, titoli, immobili — resta quella dell’ISEE ordinario, a meno che anche il patrimonio non sia diminuito in misura rilevante: in quel caso puoi chiedere di aggiornare pure quella. L’aggiornamento riguarda i redditi dei componenti del nucleo che hanno subìto la variazione, non per forza di tutti. È una scelta da fare in base a cosa è effettivamente cambiato nella tua situazione, e incide anche sulla durata dell’attestazione, come vediamo subito.
Quanto dura l’ISEE corrente?
Meno dell’ordinario, ed è la ragione per cui non va chiesto a cuor leggero. L’ISEE ordinario vale fino al 31 dicembre dell’anno in cui presenti la DSU. L’ISEE corrente, invece, ha una validità più corta perché fotografa una situazione che può cambiare ancora.
Secondo le regole INPS, l’ISEE corrente aggiornato nella sola componente reddituale vale sei mesi dalla data di presentazione. Se l’aggiornamento riguarda la componente patrimoniale, la validità arriva fino al 31 dicembre dell’anno di presentazione. Scaduto questo termine, se la difficoltà economica persiste devi presentare una nuova DSU corrente per non tornare automaticamente all’indicatore ordinario, quello con i redditi vecchi.
Tradotto in pratica: l’ISEE corrente è uno strumento da rinnovare con attenzione. Va benissimo per accedere subito a un’agevolazione mentre la tua situazione è davvero peggiorata, ma richiede di segnarsi la scadenza e rifarlo se serve ancora.
Per quali agevolazioni serve l’ISEE corrente
L’ISEE corrente pesa soprattutto sulle prestazioni a soglia, quelle in cui basta stare un gradino sopra il limite per restare esclusi. Aggiornando l’indicatore alla tua situazione reale, può farti scendere sotto la soglia e sbloccare un beneficio che con i redditi di due anni fa ti era negato.
I casi in cui fa più differenza sono questi:
- Assegno di Inclusione (ADI): la misura che dal 2024 ha sostituito il Reddito di Cittadinanza prevede un tetto ISEE per l’accesso. Chi ha perso il lavoro spesso supera quel tetto solo per via dei redditi vecchi: l’ISEE corrente fotografa il presente e può riaprire la porta.
- Assegno Unico Universale: qui non è una questione di sì o no, ma di importo. L’assegno cresce al calare dell’ISEE, quindi un indicatore corrente più basso si traduce in una mensilità più alta per ogni figlio.
- Bonus sociale bollette (luce, gas e acqua): lo sconto è automatico per chi sta sotto una certa soglia ISEE. Un ISEE corrente che ti porta sotto quel valore attiva l’agevolazione direttamente in fattura.
- Agevolazioni su tasse universitarie, asilo nido, mensa e trasporti: tutte ancorate a fasce ISEE, tutte potenzialmente raggiungibili con un indicatore aggiornato.
Non per ogni bonus, però, conviene rifare l’ISEE. Dove la differenza tra ordinario e corrente è di poche centinaia di euro, o dove la prestazione non cambia nella fascia che ti riguarda, il lavoro in più non porta nulla. Le soglie esatte di ciascuna agevolazione, fissate ogni anno, sono raccolte nella guida completa all’ISEE 2026: conviene confrontarle con il tuo valore prima di muoverti.
Come si richiede, passo per passo
La procedura ricalca quella dell’ISEE ordinario, con un modulo aggiuntivo. I passaggi sono questi:
- devi già avere un ISEE ordinario in corso di validità: l’ISEE corrente lo aggiorna, non lo sostituisce da zero;
- compili il modulo sostitutivo della DSU dedicato all’ISEE corrente, indicando l’evento che giustifica la richiesta (la variazione lavorativa, l’interruzione del trattamento, il calo di reddito o di patrimonio);
- alleghi la documentazione che prova la nuova situazione e i redditi del periodo di riferimento: lettera di licenziamento o di fine contratto, ultime buste paga, provvedimento di cassa integrazione, comunicazione di cessazione della NASpI, e così via;
- presenti tutto all’INPS, online con SPID, CIE o CNS dall’area dedicata all’ISEE, oppure tramite un CAF o un patronato.
Sul momento in cui muoverti, un consiglio pratico. La regola dei due mesi moltiplicati per sei non dipende da quanto tempo è passato: vale per chi ha perso, sospeso o ridotto un lavoro dipendente a tempo indeterminato e per chi ha smesso di ricevere un trattamento. Negli altri casi si usano i dodici mesi prima della richiesta, che possono contenere ancora mesi con le entrate piene: fai due conti prima di presentare la DSU corrente.
Come per l’ISEE ordinario, il servizio è gratuito: la compilazione e il rilascio non si pagano, né online né al CAF. L’attestazione corrente viene poi messa a disposizione dall’INPS una volta elaborati i dati.
ISEE corrente o ordinario: quale tieni?
Non è una scelta automatica e non c’è un vincitore valido per tutti. La regola pratica è semplice: tieni l’indicatore che ti conviene di più per la prestazione che ti interessa. Se la tua situazione è peggiorata in modo consistente e duraturo, l’ISEE corrente è quasi sempre più basso e ti apre soglie altrimenti chiuse. Se invece guadagni più di due anni fa, o il calo è marginale e passeggero, l’ordinario resta la scelta migliore — costa meno fatica e dura di più.
Prima di muoverti, un conto a spanne aiuta a capire se ne vale la pena. Puoi farti un’idea con il calcolatore ISEE gratuito, inserendo i dati aggiornati del nucleo e i redditi recenti: è una stima indicativa, non l’attestazione ufficiale, ma ti dice se l’ISEE corrente ti farebbe scendere sotto la soglia che ti serve. Per capire invece come si compone l’indicatore nel suo insieme — redditi, patrimonio, scala di equivalenza, documenti — c’è la guida completa all’ISEE 2026.
Un’ultima avvertenza che vale sempre. I requisiti, le percentuali e le finestre temporali di cui abbiamo parlato sono fissati dalla normativa e gestiti dall’INPS, che è l’unica fonte ufficiale e l’unico ente che rilascia l’attestazione. Prima di una richiesta che fa la differenza su un bonus, conviene verificare i dettagli del proprio caso sul sito dell’INPS o con l’aiuto di un CAF: le regole possono essere aggiornate e ogni situazione familiare ha le sue eccezioni.
Domande frequenti sull’ISEE corrente
Posso chiedere l’ISEE corrente se non ho ancora l’ISEE ordinario?
No. L’ISEE corrente aggiorna un ISEE ordinario già esistente e in corso di validità, non parte da solo. Il primo passo è sempre presentare la DSU ordinaria; solo dopo, se ricorrono le condizioni, si presenta la DSU corrente.
L’ISEE corrente vale per l’Assegno Unico?
Sì. Puoi usarlo per l’Assegno Unico, e se l’indicatore aggiornato è più basso di quello ordinario l’importo mensile per ciascun figlio sale. Va presentato seguendo la stessa procedura della DSU.
Se durante la validità trovo un nuovo lavoro, cosa devo fare?
Devi aggiornarlo. Le regole INPS prevedono che, se la situazione che ha giustificato l’ISEE corrente cambia — per esempio inizi un nuovo impiego stabile — tu presenti un ISEE corrente aggiornato entro due mesi dalla variazione, anche quando questo fa risalire l’indicatore.
Fare l’ISEE corrente ha un costo?
No, è gratuito come l’ordinario. Non si paga nulla né compilando la DSU online sul sito dell’INPS con SPID, CIE o CNS, né rivolgendosi a un CAF o a un patronato.