Chiudere una partita IVA da libero professionista costa zero euro: il modello AA9/12 che si manda all’Agenzia delle Entrate è gratuito e lo puoi presentare da solo. Se invece hai una ditta individuale iscritta al Registro delle Imprese, la pratica di cancellazione costa 17,50 euro di imposta di bollo. Il resto del conto, quando c’è, lo fa il commercialista. Oppure lo fanno le tasse e i contributi che restano da pagare dopo, ed è lì che di solito arriva la sorpresa.

Sotto trovi le voci separate, chi paga cosa e cosa succede se rimandi. Le regole vengono dal DPR 633/1972, dal D.Lgs. 471/1997, dalle circolari INPS e dalle indicazioni delle Camere di Commercio, controllate il 21 ottobre 2026.

Mani che ripongono una lampada da scrivania in uno scatolone con raccoglitori e una tazza, accanto una pianta

Quanto costa chiudere la partita IVA, caso per caso

Il costo dipende da dove sei iscritto, non dal regime fiscale. Forfettario o ordinario, la pratica verso il Fisco è la stessa.

  • Professionista senza albo (iscritto alla Gestione Separata INPS): basta il modello AA9/12, gratuito. Nessuna pratica INPS da fare.
  • Professionista iscritto a un ordine: AA9/12 gratuito, più la cancellazione dall’albo e dalla cassa di previdenza, con le regole e gli eventuali oneri di ciascun ente.
  • Ditta individuale (artigiano o commerciante): niente AA9/12, si passa dalla ComUnica al Registro delle Imprese, che avvisa in un colpo solo Agenzia delle Entrate, INPS e INAIL. Si paga l’imposta di bollo da 17,50 euro, mentre i diritti di segreteria per la cancellazione di un’impresa individuale non sono dovuti: lo indicano, per esempio, le Camere di Commercio delle Marche e di Genova.

Il termine è lo stesso per tutti: 30 giorni dalla data in cui l’attività è cessata davvero, come prevede l’articolo 35 del DPR 633/1972.

Quanto prende il commercialista per chiudere una partita IVA?

Non c’è una tariffa fissa. La guida di Fiscozen, aggiornata ad agosto 2026, indica un onorario tra 100 e 300 euro per un professionista, dove l’adempimento è semplice, e tra 200 e 600 euro per una ditta individuale con dipendenti, magazzino o beni strumentali da gestire ai fini IVA. Si sale quando la pratica si complica: beni strumentali da sistemare, credito IVA da chiedere a rimborso, una cassa professionale da chiudere.

Per un professionista in forfettario con poche fatture e nessun bene da dismettere, pagare qualcuno solo per l’AA9/12 ha poco senso. Il modello si compila in dieci minuti e si invia con i servizi telematici dell’Agenzia, o si consegna in un ufficio. Dove il commercialista si guadagna l’onorario è dopo: nell’ultima dichiarazione dei redditi e, in ordinario, nell’ultima dichiarazione IVA.

Per la ditta individuale il discorso cambia. La ComUnica richiede firma digitale e PEC, e chi non le ha si appoggia quasi sempre a un intermediario. Lì l’onorario è difficile da evitare.

Cosa resta da pagare dopo la chiusura?

La pratica costa poco. Il vero conto della chiusura arriva l’anno dopo, perché chiudere la partita IVA non cancella gli obblighi sull’anno in cui hai lavorato.

Ecco cosa rimane, in ordine di peso:

  • Le imposte sull’ultimo anno. Nel modello Redditi dell’anno successivo dichiari quanto hai incassato fino alla chiusura. In forfettario vuol dire il quadro LM e l’imposta sostitutiva del 15% (5% nei primi cinque anni, se hai i requisiti), come fissato dalla legge 190/2014, articolo 1, commi 54-89.
  • I contributi. In Gestione Separata si pagano in proporzione al reddito: niente reddito, niente contributi. Artigiani e commercianti invece hanno i contributi fissi sul reddito minimale, che per il 2026 la circolare INPS n. 14 del 9 febbraio 2026 fissa a 18.808 euro: circa 4.521 euro l’anno per gli artigiani e 4.612 per i commercianti. Si pagano per il periodo di iscrizione, ed è il motivo per cui chiudere in ritardo costa caro.
  • L’IVA, solo in regime ordinario. Liquidazioni fino al mese o al trimestre di cessazione, poi l’ultima dichiarazione IVA. Il forfettario non applica l’IVA e questa voce non ce l’ha.
  • Il diritto annuale della Camera di Commercio, solo per le ditte. Si paga per anno intero, senza frazioni.

Facciamo un esempio, del tutto ipotetico. Un grafico in forfettario chiude a giugno dopo aver incassato 12.000 euro nell’anno. La chiusura gli costa zero. L’anno dopo però deve versare l’imposta sostitutiva e il saldo dei contributi della Gestione Separata su quel reddito, e se aveva pagato acconti alti sull’anno precedente può anche trovarsi a credito. Per avere una stima del netto prima di decidere la data, puoi usare il calcolatore delle tasse in regime forfettario.

Si può chiudere la partita IVA con fatture ancora da incassare?

Per i professionisti è il punto critico, e conviene saperlo prima di inviare l’AA9/12.

Con la sentenza n. 8059 del 21 aprile 2016, la Cassazione a Sezioni Unite ha stabilito che il compenso di una prestazione già svolta resta soggetto a IVA anche se lo incassi dopo aver chiuso. Il caso era quello di un architetto che aveva cessato l’attività nel 1997 e aveva riscosso nel 2002 parcelle per lavori precedenti. Il principio: l’operazione nasce quando finisci il lavoro, l’incasso conta solo per il momento in cui l’imposta va pagata.

Nella pratica hai due strade. O tieni aperta la partita IVA finché non hai incassato l’ultima fattura, o la chiudi e versi subito l’IVA sui compensi che aspetti, con il rischio di anticiparla per un cliente che poi non paga. In forfettario, dove l’IVA non c’è, la questione riguarda la tassazione dei compensi incassati dopo: meglio parlarne con il commercialista prima della chiusura, non dopo.

Cosa succede se non chiudi la partita IVA in tempo?

Sul fronte IVA, poco. Dal 2017 la sanzione per chi non comunica la cessazione non esiste più: il D.L. 193/2016 ha tolto le parole “cessazione di attività” dall’articolo 5, comma 6, del D.Lgs. 471/1997. La sanzione resta solo per chi non comunica l’inizio o una variazione.

Se la partita IVA resta ferma, l’Agenzia delle Entrate può chiuderla d’ufficio. L’articolo 35, comma 15-quinquies, del DPR 633/1972 lo prevede per chi, dai dati in possesso del Fisco, non ha esercitato attività nelle tre annualità precedenti. Prima arriva una comunicazione, e il titolare può segnalare elementi che l’Agenzia non conosce.

Questo non vuol dire che lasciarla aperta sia gratis. Il costo del ritardo non è la multa, sono gli obblighi che continuano a correre:

  • la ditta individuale ancora iscritta al Registro delle Imprese continua a dovere il diritto annuale;
  • l’iscrizione alla gestione artigiani o commercianti continua a generare i contributi fissi, anche senza un euro di fatturato;
  • molte casse professionali chiedono i contributi minimi finché la posizione resta aperta;
  • il ritardo nella domanda di cancellazione dal Registro delle Imprese può portare, per la ditta individuale, a una sanzione amministrativa da 10 a 516 euro, prevista dall’articolo 2194 del Codice civile.

Per una ditta individuale, quindi, chiudere tardi di qualche mese può costare molto più della pratica stessa.

Quando conviene chiudere: dicembre o gennaio?

Per le ditte individuali la data conta, per via del diritto annuale. Le Camere di Commercio applicano la stessa regola: l’anno successivo non è dovuto se l’attività è cessata entro il 31 dicembre e la domanda di cancellazione arriva entro il 30 gennaio. Una cancellazione presentata a febbraio con data di cessazione retroattiva non salva l’anno: il diritto si paga comunque.

Se stai chiudendo a fine anno, quindi, non aspettare marzo per fare la ComUnica.

Per l’importo: con la nota del Ministero delle Imprese n. 9347 del 16 gennaio 2026, nelle Camere che applicano la maggiorazione del 20% un’impresa individuale paga 53 euro in sezione speciale (artigiani, piccoli imprenditori) e 120 euro in sezione ordinaria. Dove la maggiorazione non c’è, si paga meno. Il sito della tua Camera lo dice in chiaro.

Per i professionisti senza albo il calendario conta meno. C’è un solo vantaggio a chiudere entro dicembre: l’anno dopo non hai una partita IVA da gestire e la dichiarazione dell’ultimo periodo resta l’unica pendenza.

Quanto costa aprire una partita IVA forfettaria?

È lo specchio della chiusura, con qualche costo in più per le ditte individuali. Per un professionista senza albo l’apertura si fa con il modello AA9/12 ed è gratuita, verso il Fisco e verso l’INPS: l’iscrizione alla Gestione Separata non comporta contributi fissi.

Per una ditta individuale servono la ComUnica, con il bollo da 17,50 euro e, a differenza della chiusura, i diritti di segreteria (a Genova 18 euro per l’iscrizione telematica), il diritto annuale del primo anno e, per molte attività, una SCIA al Comune con i suoi diritti. Il costo grosso però è un altro: i contributi fissi INPS di artigiani e commercianti, oltre 4.500 euro l’anno nel 2026 secondo la circolare INPS n. 14. Chi è in forfettario può chiedere la riduzione del 35%: chi apre in corso d’anno deve fare domanda all’INPS subito dopo l’iscrizione, mentre il termine del 28 febbraio vale per chi ha aperto l’anno prima. È una riduzione che pesa: conviene valutarla prima di partire.

In entrambi i casi l’onorario del commercialista per l’apertura è libero, ed è l’unica voce su cui puoi davvero scegliere.

Se stai decidendo se aprire, o se chiudere conviene davvero, la cifra che serve è quella che ti resta in tasca dopo tasse e contributi. Il calcolatore del reddito netto con partita IVA ti dà una stima, e nella guida al reddito netto in partita IVA trovi il confronto tra forfettario e ordinario.

Domande frequenti

Posso chiudere la partita IVA da solo, senza commercialista?

Sì. Il professionista presenta l’AA9/12 online con le credenziali dei servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate, oppure in un ufficio. La ditta individuale può fare la ComUnica da sola se ha firma digitale e PEC.

Chiudere la partita IVA in forfettario costa di più?

No. La pratica è identica. Il forfettario ha anzi meno adempimenti dopo la chiusura, perché non c’è l’ultima dichiarazione IVA.

Ho un credito IVA: lo perdo se chiudo?

No. In regime ordinario il credito IVA risultante alla cessazione si può chiedere a rimborso, come prevede l’articolo 30 del DPR 633/1972, oppure usare in compensazione. Si gestisce nell’ultima dichiarazione IVA.

Dopo quanto tempo l’Agenzia chiude da sola una partita IVA inattiva?

Quando dai suoi dati non risulta attività nelle tre annualità precedenti, secondo l’articolo 35, comma 15-quinquies, del DPR 633/1972. Prima ti avvisa, e hai modo di segnalare che l’attività in realtà c’è.

Se chiudo la partita IVA, devo comunque fare la dichiarazione dei redditi?

Sì, per l’anno in cui hai lavorato. La presenti l’anno successivo con il modello Redditi, come se la partita IVA fosse ancora aperta.